ulivo velletri


luglio 3 2008

Italy's handling of Roma 'clearly fascist'


roma512.jpg

Thanks: Eugenio for quotation from Il Gattopardo

http://blog.hakmao.com/archives/002748.html


postato da ulivovelletri | 06:56 | commenti

Patatine

Le ministre delle intercettazioni hard del Cavaliere sarebbero due, non una. http://uqbar.ilcannocchiale.it/


postato da ulivovelletri | 06:49 | commenti

Democrazia in America




Vignetta di NatangeloDunque ci siamo. Mentre in parlamento si va a passi veloci verso l'approvazione del decreto che bloccherà 100.000 processi pur di sospendere quello in corso a Milano contro Silvio Berlusconi e l'avvocato inglese David Mills, il governo ne sta per presentare un secondo. Questa volta la scure colpisce sia la stampa che la magistratura: non si potrà più pubblicare, nemmeno per riassunto, nessun atto giudiziario e gli investigatori, in decine e decine di casi, non potranno più raccogliere prove con le intercettazioni.

Anche questo decreto legge ha un unico scopo: evitare che i cittadini conoscano i comportamenti del premier e di una parte della classe dirigente che siede in parlamento. Ai sedicenti liberali che occupano la Camera, il Senato e i vertici di molte Istituzioni, vale la pena di ricordare che cosa accadde negli Stati Uniti quasi mezzo secolo fa.

Nel 1967 il ministro della Difesa, Robert S. McNamara, ordinò un'indagine passata alla Storia come i "Pentagon Papers". Lo studio, coperto da segreto di Stato, doveva stabilire in che modo e perché gli Usa si erano impegnati nella disastrosa guerra del Vietnam. La ricostruzione dimostrò, tra l'altro, che il celebre incidente del Golfo del Tonchino in seguito al quale il presidente  Lyndon Johnson si appellò al Congresso e fu di fatto autorizzato ad entrare in guerra, era un falso.

Quattro anni dopo un analista della Cia, sconvolto da quanto scoperto, consegnò a due giornali i Pentagon Papers. Il 13 giugno 1971 il New York Times, iniziò la pubblicazione di una serie di articoli basati su quei documenti. Dopo le prime tre puntate, il ministero della giustizia riuscì a far sospendere le pubblicazioni da una sentenza della Corte federale di New York a cui il governo si era rivolto sostenendo che «gli interessi degli Stati Uniti e la sicurezza nazionale avrebbero subito un danno irreparabile dalla diffusione del dossier».

Il 30 giugno 1971, la Corte Suprema degli Stati Uniti autorizzò però i giornali (al New York Times si era affiancato il Washington Post) a riprendere la pubblicazione. Sulla base del primo emendamento della costituzione americana i giudici stabilirono che la libertà di stampa doveva prevalere «su qualsiasi considerazione accessoria intesa a bloccare la pubblicazione delle notizie».

La sentenza fu scritta da un vecchissimo e celebre costituzionalista, il giudice Hugo Black, morto a 85 anni pochi mesi dopo. Black scrive: «Oggi per la prima volta nei 192 anni trascorsi dalla fondazione della repubblica viene chiesto ai tribunali federali di affermare che il Primo emendamento significa che il governo può impedire la pubblicazione di notizie di vitale importanza per il popolo di questo Paese. La stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo».

Oggi anche nel nostro paese la libertà è in pericolo. Ciascuno di noi ha il dovere di difenderla. In attesa che un Hugo Black, se esiste, ricordi a tutti come stanno le cose.http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/

postato da ulivovelletri | 06:43 | commenti

Un “pacchetto sicurezza” fuori dalla Costituzione

di Furio Colombo

Ci sono giorni in cui nei due rami del Parlamento oltre al meritevole servizio di pronto soccorso medico dovrebbe esserci un pronto soccorso giuridico.

Infatti deputati e senatori, spesso esperti, spesso giuristi, si trovano di fronte al muro di situazioni impenetrabili e incomprensibili. Per esempio se il CSM può o non può oppure deve o non deve dare giudizi sulla costituzionalità di qualcosa, legge, progetto, decreto, annuncio, comportamento di istituzioni?

Quando si dice, con tutta l’autorevolezza e la legittimità del caso, che il CSM può esprimere il suo parere (pareri, non sentenze, non giudizi vincolanti) su tutto ma non sulla costituzionalità di un atto (o possibile atto) parlamentare, qual è il senso del messaggio e dello ammonimento che quel messaggio esprime? Il fatto è che il CSM ha risposto con prudenza e intelligenza perché il messaggio era venuto dal Capo dello Stato e aveva una evidente intenzione emostatica: evitare sangue ma non interrompere il lavoro. E così il CSM ha sostituito con le parole “irrazionale” e “irragionevole” il giudizio sul cosiddetto “pacchetto sicurezza” che è ovviamente fuori della Costituzione. Ma questo lo dirà (lo dirà) la Corte Costituzionale.

Restano sequenze di eventi minacciosi. Per esempio, la visita improvvisa al Quirinale del presidente della Camera e del presidente del Senato, evidente e pesante fuori uscita dal percorso istituzionale. Infatti i due personaggi i sono andati al Quirinale travestiti da numero due e numero tre delle massime cariche dello Stato, ma in realtà, come è evidente, sono andati a fare una visita impropria e pesante da capi partito.

Urge il pronto soccorso giuridico, per decifrare in termini di comprensione comune segni e sintomi di un male che si aggrava.

LA FRASE DEL GIORNO
“In questa prospettiva, l’intervento sul CSM del Capo dello Stato, al di là della sua portata giuridica, ha, principalmente, un forte significato politico. E’ il tentativo di salvare il salvabile”. Carlo Federico Grosso (La Stampa, 2 luglio)http://temi.repubblica.it/micromega-online/2-luglio-2008-furio-colombo-un-pacchetto-sicurezza-fuori-dalla-costituzione/

postato da ulivovelletri | 06:40 | commenti

Guarda come mi fai diventare, Silvio

 

Ieri, ho commentato forse in modo un po’ sgarbato un corsivo di Europa che chiedeva a tutte le altre testate l’autocensura su ogni intercettazione telefonica eventualmente in loro possesso. In alternativa: censura. Quello che non risultava chiaro dal corsivo era: da parte di chi? A chi diamo – scusate l’anglicismo – questa authority?
Oggi, quel corsivo di Europa s’è beccato un bravo! da Giuliano Ferrara, e allora mi è un po’ più chiaro a quale authority si stia alludendo: è proprio l’authority che m’ero immaginato io, quella dei soliti impuniti. Forse non avevo commentato troppo sgarbatamente il lodo Menichini.

Si dirà: bisogna pur tracciarlo un confine tra pubblico e privato. Perbacco, son d’accordo. Ma il punto di tutta la faccenda, secondo il mio modesto avviso, è questo: a chi facciamo decidere cosa può, e cosa non può sapere la plebe? Come possiamo stabilirlo il confine tra pubblico e privato in un premier che non ha mai fatto altro che mischiarli, di lì traendo ogni genere di suggestione? Per me le cose stanno così: sei fai politica basando tutto sulla tua persona, la tua persona è in gioco, non puoi proteggerla dietro una carica.
Vuoi ottenere consenso sull’impegno della tua personale parola, sulla tua personale faccia, sul tuo personale onore? Vuoi fare il leader populista? Ti piace lavorare i bisogni viscerali della plebe? E cerca di essere coerente, allora: tra i bisogni viscerali della plebe c’è la curiosità, e non è tutta di quella più edificante. Non puoi darle reality in prima serata e poi pretendere la privacy sullo strato di cerone di cui ti intonachi. Se l’import-export tra Italia e Russia sta tutto – a sentire te – nella particolare amicizia tra te e il “caro Vladimir”, perché non dovrebbe interessarmi che tipo di amicizia sia, se è da quello che dipende la mia bolletta di metano?

Fate la sauna insieme? Parlate di troiette? Giocate a morra? Non sarete mica gay? Guarda come mi fai diventare, Silvio. http://malvino.ilcannocchiale.it/


postato da ulivovelletri | 06:39 | commenti

In lode di Alfonso Signorini

signorini.jpgQuesto articolo è uscito su “Vanity fair”.
L’Italia è un paese in cui televisione e politica tendono a coincidere. Non fingiamo stupore, quindi, se un anziano capo del governo si rivela ottimo conoscitore di attrici e soubrettes esordienti. L’avversario che gli dà del magnaccia non si è forse esibito a torte in faccia con le medesime signorine sul palco del Bagaglino, facendosi volentieri beccare dai settimanali del gossip a spasso per Roma con una di loro?
Diverso è lo schieramento, ma i due galli spelacchiati che insistono nel presentarsi come seduttori hanno in comune qualcosa di più importante: l’idea che quelle donne lì, col mestiere cui aspirano, volete forse che non la diano agli uomini di potere? Non a caso deteniamo il doppio record della politica più maschile del mondo occidentale, e della televisione più scollacciata in cui la donna viene esibita senza dignità come mero oggetto del desiderio.
L’intreccio tra spettacolo e politica ha raggiunto il suo culmine nell’Italia berlusconiana, necessitando ormai di appositi specialisti in grado di gestirne le capricciose evoluzioni. E’ per questo che seguo con speciale ammirazione la carriera di un giornalista, Alfonso Signorini, divenuto in pochi anni figura cruciale al vertice del caravanserraglio. Così potente da permettersi di esibire ormai la confidenza tributatagli dal capo, che lui ricambia decantandone il fulgore con la perizia di un cortigiano rinascimentale.
Esagero? Non credo. Sono mosso da simpatia per quel furetto che sprizza intelligenza e anche se ferisce lo fa con garbo: l’allievo Signorini sta rivelandosi più coraggioso del suo peraltro ottimo maestro Carlo Rossella. Di recente la casa editrice Mondatori lo ha insignito di un doppio incarico senza precedenti, vista l’importanza strategica dei settimanali che viene chiamato a dirigere contemporaneamente: la rivista popolare del gossip, “Chi”; e adesso in più la rivista che divulga le idee e le produzioni del piccolo schermo, “Sorrisi e canzoni tv”.
Dal mio punto di vista ciò ne fa poco meno che un ideologo dell’odierno marchettificio italiano. Una posizione meritatamente conquistata rendendosi col tempo indispensabile al proprietario, tramite ideale fra lui e quanto ha di più caro: l’esteriorità invidiabile del benessere.
I futuri studiosi di questo nostro periodo storico non potranno prescindere dalle raccolte di “Chi” diretto da Alfonso Signorini. Per il dosaggio perfetto, tra foto ufficiali e (apparentemente) rubate dei vari rami della famiglia Berlusconi, celebrata come prima cerchia dell’Italia che conta. Quando Tremonti teorizza la necessità di una rilegittimazione spirituale del potere politico, non sa che già da tempo il monarchico Signorini ha provveduto con ritratti in posa della sacrada famiglia curati meticolosamente nella loro regalità. Ma “Chi” va ben oltre. E’ un termometro sensibilissimo del chi sale e chi scende, soprattutto del chi verrà favorito e chi cancellato nel rilievo mediatico. Imprescindibile per chi voglia decifrare il vigente regime italiano così come lo fu per i cremlinologi –negli anni del comunismo sovietico- riclassificare ogni anno la posizione dei burocrati sugli spalti della piazza Rossa durante la sfilata del 7 novembre.
Venire epurato da “Chi” naturalmente anticipa ben altre disgrazie. Ma può capitare pure che Signorini si limiti a lanciare un monito a persona congiunta del capo, rievocandone antiche intemperanze, tanto per ricordarle che l’appartenenza a quel mondo dorato implica un minimo di cura delle apparenze. La galleria dei nuovi favoriti e dei precipitati nel cono d’ombra è sempre aggiornatissima, ma soprattutto ufficiale. Valorizzata da un’estetica dell’apparire impeccabili come piace a lui e quindi per forza anche a noi. Naturalmente quando arriva la politica, sulle pagine di “Chi”, ci arriva secondo i gusti identici di Berlusconi e Di Pietro. Il questionario per le donne candidate alle ultime elezioni indagava soprattutto le loro preferenze in materia di calze e biancheria intima: e le sciagurate risposero.
Spero che Alfonso Signorini accetti i miei migliori auguri, sebbene inviati da un giornale concorrente, perchè da un simile esegeta della contemporaneità –non a caso un gay dichiarato che però si oppone ai Dico, cioè un teorico del “si fa ma non si dice”- ho ancora molto da imparare

 

http://www.gadlerner.it/index.php/2008/07/02/in-lode-di-alfonso-signorini.html#more-574


postato da ulivovelletri | 06:25 | commenti

 

Talento & Merito

"Dizionario del pensiero organizzativo", presentazione del libro alla Feltrinelli.
Cuore del tema: c'è conflitto tra talento e merito?
Sì: il talento è merito solo se viene riconosciuto dall'organizzazione. Cioè, se è funzionale alla sua crescita, ma dal punto di vista di chi ha il potere di orientarla.
.
In Italia le organizzazioni - di lavoro, politiche e di pesniero - tendono al conformismo, che è l'acerrimo nemico del talento.
Questo infatti per sua natira provoca un cambiamento, un rischio; il conformismo invece, cerca nella ripetizione il consolidamento delle procedure e l'azzeramento del rschio.
Penso al PD, al rinnovamento della politica, alla resistenza dei conformisti: il cammino per il rinnovamento sarà lungo http://massimoscoperto.blogspot.com/

postato da ulivovelletri | 06:22 | commenti

Eravamo presenti in qualità di delegati di Bologna a Montecatini. Si era
appena svolto il "convegno" di Orvieto, nel quale si annunciò la volontà, da
parte di Movimenti e Partiti, di dare vita al Partito Democratico.

Ci ricordiamo come se fosse ieri del discorso dell'allora presidente dei
Cittadini per l'Ulivo.
Abbiamo ancora in mente che centinaia di delegati ed ospiti si alzarono in
piedi ad applaudire a lungo e con affetto quel signore gentile che era
Pietro.

Anche oggi, e per lungo tempo, ognuno di noi dovrebbe riflettere su queste
parole, frutto di decenni di straordinario impegno politico.


Con stima,


Francesco Delli Santi
Coordinamento Nazionale della Rete dei Cittadini per l'Ulivo

Paolo Orioli
Comitato Promotore Nazionale per le Primarie


DISCORSO
Cittadini per l'Ulivo Assemblea Nazionale - Intervento di Pietro Scoppola
Trascrizione di una selezione dell'intervento tenuto il 2 Dicembre 2006 a
Montecatini.
...E' giusto che noi ci rivolgiamo con rabbia ai partiti … o dobbiamo fare
un po' per conto nostro? Cominciamo a fare per contro nostro.. La realtà
non è né bianca né nera, né bella né brutta, è complessa. A mio
avviso,…esige un cambiamento di passo. …
Noi abbiamo sollecitato i partiti perché partissero, perché questo processo
avesse inizio. Abbiamo bussato per partecipare, abbiamo invitato i politici
a venire. ... Abbiamo incontrato tante resistenze alla partecipazione
esterna al processo di formazione di questo nuovo soggetto politico.
Qui dovremmo fare una riflessione sul rapporto movimenti partiti. Di solito
nella storia politica delle democrazie vengono i movimenti e poi dai
movimenti nascono i partiti. Il movimento cattolico, il partito popolare, il
movimento operaio, il partito socialista nelle sue varie forme, il movimento
verde che poi ad un certo momento diventa partito ed acquista forme
partitiche più definite. Normalmente è questo il rapporto. Prima i movimenti
e poi i partiti.
Qui, invece, il partito democratico ha un'origine strana, complessa. Nasce
da un'iniziativa dei partiti che i movimenti hanno sollecitato ma i
movimenti non si sa se sono dentro o sono fuori, in quale rapporto sono. E'
questo l'elemento di ambiguità che caratterizza tutto il processo. Vogliamo
ridefinire chiaramente il rapporto movimenti partiti. ..
Ci sono comprensibili preoccupazioni di auto conservazione di classi
politiche. Nella storia questo è assolutamente normale. E' normale che le
classi politiche tendano a conservarsi e sono i movimenti che viceversa
mettono in crisi il perdurare delle classi politiche e sollecitano i
cambiamenti. Magari poi nei movimenti ci sono quelli che quando diventano
classe politica sono peggio di quelli che hanno mandato via, come è successo
già in molte circostanze. Ma questo rapporto movimenti partiti ci deve far
riflettere.

Noi abbiamo bisogno di ritrovare, noi e tutti gli altri movimenti, di
ritrovare le ragioni dell'essere movimento che non sono quelle di restare
dietro la porta a bussare per partecipare ma sono quelle di muoversi e di
vivere. Di essere movimento autonomo proprio, nel Paese, alla base. Fare
cose, prendere iniziative. …. Non consideriamo l'iniziativa culturale come
un accessorio, un ornamento. Viceversa qui c'è un enorme bisogno di
iniziativa culturale alla base del Paese.
Se c'è una questione democratica… che ha dimensioni planetarie ma che ha poi
un suo risvolto ed una sua fisionomia italiana,… se c'è una questione
democratica a livello planetario ed in Italia con particolare specificità,
la prima risposta è la formazione di una coscienza democratica nel Paese che
è ancora fragile.
…
Noi modesti studiosi abbiamo per anni denunciato la mancanza in Italia del
patriottismo della Costituzione, la povertà del tessuto della cittadinanza,
la mancanza del senso di una cittadinanza attiva intesa come responsabilità,
come partecipazione.
Improvvisamente questo referendum, questa sfida che è venuta dalla destra,
di questa orribile riforma che metteva in crisi i fondamenti della
Costituzione ha provocato una reazione. Una reazione in cui la maggioranza
degli italiani si sono espressi ed hanno dato alla Costituzione un nuovo
significato, un nuovo fondamento. Io sono stato enormemente sorpreso quando
ho letto un'intervista, per altro bella e brillante come è il personaggio di
Veltroni in cui ha accennato ancora ad un'assemblea costituente. Ma quale
assemblea costituente quando la Costituzione ce l'abbiamo confermata da un
voto popolare?
Ma ci vogliamo rendere conto che ormai si lavora su questa Costituzione. Si
può correggerla, si può integrarla.
Se si vanno a leggere i lavori dell'assemblea costituente ci sono già tutti
gli elementi, tutte le indicazioni delle modifiche necessarie. Il rapporto
esecutivo legislativo ed il tema del federalismo che va rafforzato, che va
integrato. Sono questi i temi.
Poi c'è il problema della legge elettorale. Perché non si affronta il tema
della legge elettorale invece di fantasticare di chissà quali riforme
costituzionali?
Ma che ci sia ancora in giro la tentazione di fare dei tavoli e di cercare
preventivamente, prima ancora di sapere che cosa vogliamo noi, di cercare
l'intesa con l'altra parte? Qui bisogna definire chiaramente che cosa
vogliamo noi, che cosa vuole il centro sinistra, che cosa vuole il futuro
soggetto politico Ulivo Partito democratico sui temi istituzionali. Questo è
il problema, questa è l'urgenza, Definire noi un progetto che sia
nell'alveo, nella fedeltà profonda ai valori della Costituzione che il
popolo italiano ha confermato con un voto.

Dunque, dicevo, cambiare passo. Noi dobbiamo ritrovare il nostro ruolo
autonomo. Costruire il tessuto di un nuovo soggetto politico dalla base.
Assumere l' ambizione di farlo, di costruirlo. Non dico contro i partiti,
per carità! Sappiamo benissimo che il ruolo dei partiti è importante. Io lo
dicevo anche ad Orvieto, i partiti facciano la loro parte. Ma anche questi
movimenti facciano la loro parte unendosi, cercando di raccordare i loro
obiettivi. …
Noi contiamo se siamo uniti, noi contiamo se troviamo punti di coesione, se
presentiamo proposte compatte, se svolgiamo un ruolo di pressione, di
condizionamento, un ruolo di presenza nella società, unendo il più possibile
le forze. Il famoso confronto tra culture non può essere immaginato come un
confronto astratto, un confronto che si fa in sedi culturali. Certamente si
deve fare anche in sedi culturali, in sedi accademiche, ha bisogno di un
livello alto ma deve essere prima di tutto un confronto che si fa su base
territoriale in singole iniziative, in incontri.
I temi della laicità, i temi del rapporto tra gli eredi della democrazia
cristiana e gli eredi del partito comunista, della tradizione laica, non è
che si possano risolvere soltanto a livello di una definizione astratta ma
devono diventare amicizia alla base della società italiana. Se non si crea
questo tessuto di amicizia tra diversi il Partito democratico non può
nascere. Non può nascere come operazione di vertice se non c'è alla base la
costruzione di questo tessuto.
Io credo che i movimenti ed il nostro movimento per primo ha questo compito.
Quello di impegnarsi alla base per costruire questo tessuto, le condizioni
del Partito democratico. Quindi questa è la vera più efficace sollecitazione
che noi possiamo portare, il contributo che possiamo portare alla
costruzione del Partito. Non continuando con questa contrapposizione partito
società civile società politica, perché se la società politica ha le sue
debolezze, le sue contraddizioni rendiamoci conto che la società civile
italiana è debolissima. Perché una società che ha dato la metà dei voti al
"berlusconismo" è una società debole. …. Se noi ancora oggi a distanza di
sessanta anni abbiamo un'eredità del fascismo, dentro la nostra società
un'eredità del fascismo culturale, come mentalità, come stile che riemerge
di tanto in tanto come tentazione per le nuove generazioni, tanto più
abbiamo le eredità di un "berlusconismo" perché Berlusconi ha colto l'anima
del Paese in alcuni suoi aspetti, li ha esaltati questi aspetti, ha
contribuito a riradicarli nella società italiana.
Questo significa un lavoro profondo, un lavoro di lunga lena che non si fa
con delle operazioni una volta tanto. C'è una pagina molto bella di
Toqueville nella sua democrazia in America dove dice che la democrazia non
può vivere se il terreno è piatto se non è increspato ed è increspato da che
cosa? Dalle mille associazioni, dalle mille iniziative di cittadinanza
libera che sono quelle che creano il tessuto vivo della democrazia. Questo è
il compito.
Questo è la pagina nuova su cui dobbiamo scrivere il nostro lavoro, il
nostro impegno rispetto a quello di star fuori alla porta ad aspettare che i
partiti ci chiamino, ad entrare dentro, a partecipare attivamente al
processo di formazione del Partito democratico.
Di fronte a partiti che viceversa si muovono su logiche vecchie, spartitorie
come accade in certe situazioni. Se c'è questa spinta la situazione cambia.
Io credo che questo significa voltare pagina, non mettersi contro i partiti
ma svolgere una funzione con piena autonomia. Cessare di stare in un
atteggiamento di attesa della chiamata a partecipare. Si partecipa
autonomamente e si inizia il lavoro in maniera autonoma, con uno spirito
diverso. Allora non c'è più motivo di frustrazione quando uno lavora in
proprio. Bisogna lavorare in proprio per uscire da uno stato di
frustrazione. Pessimismo, ottimismo sono contrapposizioni vane se riusciamo
a metterci nella logica del lavorare insieme come movimenti interessati alla
rifondazione e al rafforzamento della democrazia nel nostro Paese..
Pietro Scoppola


NOTA BIOGRAFICA
Pietro Scoppola (Roma, 14 dicembre 1926 – Roma, 25 ottobre 2007) è stato uno
storico, docente e politico italiano, uno dei principali esponenti italiani
del cattolicesimo democratico.
Cenni biografici [modifica]
Dal 1974 al 1978 è stato capo redattore della rivista Il Mulino.

Negli anni Sessanta si schiera a favore di una legge che istituisca il
divorzio, in dissenso rispetto alla posizione assunta in quella circostanza
dalla Democrazia Cristiana, partito di riferimento di Scoppola. In
particolare «[n]el 1974 fu tra i promotori dei Comitati per il "no" al
referendum sul divorzio. La sua presa di posizione da cattolico militante fu
ovviamente importantissima nella vittoria del "no".»

Nella IX legislatura (1983-'87) viene eletto senatore - indipendente nelle
liste della DC. E' stato uno dei massimi studiosi al mondo della figura di
Alcide De Gasperi.

Nel 1992 aderisce al movimento politico Unione dei Progressisti 18 ottobre.

Negli ultimi anni si era avvicinato alla Margherita, in particolare al
gruppo dei Popolari.

Dal 2003 al 2007, è stato presidente nazionale della Rete dei Cittadini per
l'Ulivo.

È stato professore ordinario di Storia contemporanea all'Università La
Sapienza di Roma.

È stato membro della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO.

Ha collaborato al quotidiano La Repubblica.

La notizia della sua morte è stata data, nel corso di una seduta del Senato
della Repubblica, dal senatore Giorgio Tonini.

In un comunicato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo ha
ricordato come un «illuminato interprete del pensiero e del movimento
cattolico, assertore e promotore di dialogo nello spirito della
Costituzione» 




info@perleprimarie.org GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE!

postato da ulivovelletri | 06:20 | commenti

Afghanistan, la strage di Chora
Il governo olandese assolve i propri ufficiali responsabili del massacro di 65 civili afgani
Dopo un anno di indagini, questa mattina il governo olandese ha reso noto che non ci sarà nessun procedimento per uso eccessivo della forza a carico degli ufficiali responsabili dell’uccisione di sessantacinque civili afgani nel corso della battaglia di Chora, in quanto “hanno agito nel rispetto delle regole d’ingaggio e delle Convenzioni di Ginevra”.
 
Panzer olandese in azioneCannonate sparate alla cieca. Tra il 15 e il 19 giugno del 2007, le truppe olandesi furono impegnate nella più grande offensiva militare mai sostenuta dalle forze armate di questo Paese dai tempi della guerra di Corea. Centinaia di soldati con il supporto dell’artiglieria pesante e dell’aviazione combatterono per tre giorni per espugnare la roccaforte talebana di Chora, nella provincia centrale di Uruzgan. Alla fine dei combattimenti, sul campo rimasero due soldati olandesi, sedici soldati dell’esercito afgano, una settantina di talebani e sessantacinque civili morti sotto i bombardamenti degli F-16 e degli elicotteri Apache olandesi, ma soprattutto sotto le cannonate a lungo raggio sparate alla cieca dai Panzer 2000 (v. video).
 
Vittime civiliDure critiche ai comandi olandesi. Il presidente afgano Hamid Karzai criticò le forze Nato olandesi parlando di un’operazione “inaccurata e male organizzata”. Lo stesso comandante Isaf dell’epoca, il generale Usa Dan McNeill, criticò i comandi olandesi per aver usato l’artiglieria di lungo raggio senza truppe avanzate che dirigessero il tiro. I generali sotto accusa risposero che i Panzer 2000 non hanno bisogno di questo ausilio in quanto dotati di sofisticati sistemi satellitari di puntamento. Peccato che gli stessi siti militari olandesi riportino che il margine di errore sia comunque di 50 metri sul corto raggio e sul lungo raggio – come nel caso della battaglia di Chora – questa informazione sia addirittura ‘classificata’. 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=11503

postato da ulivovelletri | 06:18 | commenti

Chiuder fronti per concentrarsi sull'Iran

Circola un dubbio, ormai da tempo, e ormai nella testa di più di un analista. Che la tregua con Hamas e i contatti tra Israele e Siria abbiano un obiettivo strategico, per il governo israeliano e per i vertici di Tsahal: chiudere più fronti per concentrarsi su di un solo obiettivo. Affrontare l'Iran. Questa di Adrian Mac Liman è solo l'ultima analisi che prevede lo scenario di un attacco preventivo sull'Iran, peraltro previsto (dicono le indiscrezioni di stampa) anche dai vertici del Pentagono. E prima dell'insediamento del prossimo presidente statunitense.http://www.invisiblearabs.blogspot.com/


postato da ulivovelletri | 06:16 | commenti

Rinasce in Sri Lanka un ponte distrutto dallo tsunami. Speranze per il turismo
di Melani Manel Perera
Alla cerimonia inaugurale del ponte nella baia di Arugamil, il presidente Rajapaksa sottolinea l'importanza della sicurezza per lo sviluppo. La popolazione in appoggio al piano di crescita economica.

Ampara (AsiaNews) – “Gli sforzi del Governo sono rivolti al bene comune della popolazione. Siamo determinati ad affrontare tutte le sfide per raggiungere gli obiettivi di benessere e sicurezza che ci siamo preposti”. Lo ha sottolineato ieri il presidente dello Sri Lanka Mahinda Rajapaksa durante la cerimonia inaugurale del nuovo ponte (vedi foto) nella baia di Arugam, distretto di Ampara nel nord-est del Paese, distrutto nel dicembre 2004 dallo tsunami.

Il presidente ha ringraziato gli Stati Uniti che hanno collaborato – anche a livello economico – alla realizzazione della nuova struttura e ribadisce che è solo “la prima di una serie di opere” che intendono “promuovere lo sviluppo della nazione” e favorire una “crescita nel flusso turistico”. Un progetto sostenuto anche dal miglioramento delle condizioni di sicurezza generali, nonostante alcuni sporadici “episodi di violenza”, l’ultimo dei quali verificatosi lo scorso 30 giugno quando un giornalista, in compagnia di un amico, è stato attaccato da un gruppo non meglio identificato.

Il ponte appena inaugurato costituisce uno dei tanti progetti che fanno capo al Nagenahira Navodaya (il risveglio dell’oriente, ndr), promosso dal governo cingalese per accelerare il processo di sviluppo, migliorando le condizioni di vita di contadini, pescatori e delle imprese dell’industria nazionale. L’opera è costata 10 milioni di dollari e ha riscosso l’apprezzamento della popolazione: “Grazie al piano di sviluppo voluto da governo – afferma Mohomad Samsudeen, 58enne impiegato in un hotel, musulmano e padre di 4 figli – le condizioni di vita stanno migliorando: adesso abbiamo un nuovo ed efficiente ospedale, scuole per i nostri figli e strade percorribili. Oltretutto il nuovo ponte garantirà una crescita del turismo dall’estero. Qui le bellezze da scoprire non mancano”.

 http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=12664&size=A


postato da ulivovelletri | 06:11 | commenti

La prova di Hitch

Christopher Hitchens ha provato il waterboarding per scrivere un articolo su "Vanity Fair" (grande esempio di dedizione alla causa del  giornalismo: sappiamo tutti quanto odi l'acqua). Responso: "è  tortura".
Vanity Fair

http://giornalismoparma.typepad.com/


postato da ulivovelletri | 06:10 | commenti


LA STAMPA, INTERNET E LA CITTADELLA ASSEDIATA

 

DI PASCAL RICHE'

Le Monde

Negli ultimi mesi, i media francesi hanno avuto due sviste importanti. Le Nouvel Observateur, settimanale cartaceo, ha pubblicato un SMS in un primo momento erroneamente attribuito al presidente della Repubblica verso la sua ex-moglie, per poi scusarsi. Poi, Europa 1, medium radiofonico, ha annunciato la morte di Pascal Sevran [scrittore, autore di canzoni e animatore televisivo deceduto il 9 maggio 2008, ndt], ma quando era ancora vivente.

Ora, sappiate che le due cantonate sono da mettere in conto ad Internet. Lo scoop dell’SMS? E’ stato pubblicato sul sito Web del settimanale, il che evidentemente cambia tutto, hanno giurato i dirigenti del settimanale: “Su carta sarebbe stato presentato diversamente …” La falsa informazione di Europa 1? E’ dovuta all’”enorme pressione” che produce Internet sulla redazione. Anche Paris Match ha puntato il dito accusatore verso il colpevole: “Da dove si trova, Pascal Sevran ha trovato un motivo in più per fustigare le nuove tecnologie, l’informatica, i blogs e i siti internet, che detestava”. Si è quasi stupiti che nessuno abbia messo in carico al cattivo Web la pubblicazione su Le Monde, delle false foto di Hiroshima …

Se Internet è sempre vantato come una “opportunità”, nei fatti è vissuto come una abominevole minaccia per la professione. E questa non è mai stata così febbrile. I giornali potenziano le loro edizioni Web ma spesso con la morte nel cuore, recalcitrando, “perché bisogna passarci per forza”. I giornalisti si sentono assediati da questi barbari che hanno nome internauti, bloggers, e peggio, “commentatori”. Attaccati alla loro carta per scrivere, hanno l’impressione di “resistere”. Tuttavia, come ha recentemente osservato un blogger-giornalista americano, Joshua Micah Marshall, Internet minaccia i giornalisti ma non il giornalismo. Al contrario, è una strada del futuro.

Da qualche anno, si è visto spuntare lo slogan del “giornalismo cittadino”. Il concetto è che ormai, dato che tutti possono diffondere informazioni sul Web, i giornalisti non sono più necessari. Ognuno ha la vocazione del giornalista. Questa moda è durata poco: ci si è presto resi conto che se il signor Nessuno poteva pubblicare una foto o un commento sul Web, non aveva né la competenza, né la voglia di ritagliare un’informazione, verificarla, gerarchizzarla, metterla in prospettiva, renderla attraente. Questo lavoro è una professione.

Al contrario, in certe circostanze, gli internauti possono fornire ai media informazioni estremamente precise. Due giorni dopo il massacro di Virginia Tech, nella primavera 2007, su Wikipedia poteva essere consultata on-line una notizia molto completa che descriveva l’avvenimento, il suo contesto, la sociologia della cittadina nella quale si era prodotto, ecc. Circa 2000 collaboratori avevano partecipato alla sua elaborazione: nessun quotidiano avrebbe potuto rivaleggiare. E quando un gigantesco incendio abbraccia l’ovest degli Stati Uniti, chi è meglio attrezzato per coprirlo? Il giornale che manda sul posto il suo reporter con il taccuino e la macchina fotografica? O chi fa appello alle centinaia di testimonianze d’internauti della zona?

Il giornalismo non può voltare le spalle a Internet: sarebbe un passo suicida. Deve accettare la rivoluzione tecnologica in corso e ripensare interamente il proprio lavoro. Si apre un formidabile terreno di avventura e di esplorazione. A condizione di accettare un completo cambiamento di paradigma.

Per esempio, sarà sempre più difficile parlare di stampa scritta: testo, suono e video possono ormai sposarsi (anche su carta, quando sarà elettronica). Diventerà ugualmente sempre più difficile parlare di un “articolo”. Su un medium che utilizza in pieno le possibilità di Internet, l’articolo, come prodotto finito della stampa, tende in effetti a sparire in favore di un processo senza inizio né fine. Chiamiamolo un “articolo 2.0”. Può nascere, per esempio, da un’idea lanciata da un commento postato da un internauta; oppure da una discussione su un forum; il giornalista può dibatterne con i suoi lettori; alcuni internauti, esperti della materia, lo aiutano ad approfondire; [il giornalista] redige così un primo testo e lo pubblica nella versione Web – e a volte su carta – del suo medium.

Ma l’”articolo 2.0” non è per questo terminato. Perché i lettori lo commentano, lo criticano, lo correggono. L’autore risponde alle loro domande. Se necessario, completa il testo con le nuove informazioni di cui è venuto a conoscenza. Oppure, ne scrive un seguito. Il giornalismo non cala più dall’alto sul lettore, non gli concede più la sua informazione. E’ in una perenne conversazione con lui. Questo “giornalismo di conversazione” non è una chimera: è quanto già vivono numerosi professionisti dell’informazione, che hanno accettato di cambiare il loro modo di fare.

L’avvenire del giornalismo passa per una relazione molto diversa da quella prevalente prima dell’avvento del Web. Da una relazione verticale e chiusa, si passa ad uno scambio orizzontale, aperto, interattivo e iterativo. In caso di servizi complessi, questo giornalismo può essere molto efficace. Può permettere di moltiplicare le risorse e nutrire una inchiesta approfondita.

Può anche dare voce a molteplici esperti specializzati laddove i media tradizionali continuano ad attingere in tondo nel minuscolo vivaio degli esperti tuttologi. Non si tratta, in questa rivoluzione, della morte del giornalismo, al contrario: esso si arricchisce e, dopo anni di sfiducia, si avvicina ai cittadini.



Pascal Riché è redattore-capo di Rue89



Titolo originale: La presse, l'Internet et la citadelle assiégée
Fonte: Le Monde
Link
25.06.08

Tradotto per Comedonchisciotte.org da MATTEO BOVIS


postato da ulivovelletri | 06:09 | commenti

DITTATURE FONDOMONETARISTE: IN CILE ERGASTOLO PER IL CAPO DELLA POLIZIA POLITICA DI PINOCHET

 

Gennaro Carotenuto

Lentamente la giustizia arriva anche in Cile. Il capo della DINA, la famigerata polizia politica di Augusto Pinochet, Manuel Contreras è stato condannato a due ergastoli ieri a Santiago del Cile. Contreras è stato riconosciuto come il mandante dell’attentato terroristico del 30 settembre del 1974 a Buenos Aires con il quale, con un’auto bomba, uccise il generale costituzionalista Carlos Prats e sua moglie Sofia Cuthbert.
Sono stati necessari 34 anni dai fatti, e una decina d’anni tra indagini preliminari e processo, ma alla fine la giustizia per Carlos Prats e sua moglie Sofia è arrivata. Quando il giudice Alejandro Solís ha letto la sentenza la famiglia Prats era tutta presente, ed ha accolto la lettura con emozione, così come in questi lunghi anni ha lottato insieme perché giustizia si facesse. Le tre straordinarie figlie dei coniugi Prats, oramai nonne, si sono divise in tutti questi anni i compiti perché nulla di intentato fosse lasciato anche quando figure come quella di Contreras sembravano totalmente intoccabili: “questo è il contributo più grande che potevamo dare alla memoria dei nostri genitori e per fare in modo che l’Esercito cileno abbia il coraggio di scrivere davvero la propria storia”.
Per la famiglia Prats, Carlos fu capo di stato maggiore dell’esercito e pagò con la vita il fatto di non aderire al golpe dell’11 settembre 1973, il rapporto con l’esercito, nell’ambiente del quale le tre donne erano cresciute, è sempre stato importante. Sofia, la maggiore, ricordava anni fa a questo cronista il dramma del ricordarsi seduta da bambina più volte sulle ginocchia di Augusto Pinochet, che poi avrebbe fatto uccidere i genitori. Il figlio di Sofia, al momento della morte del dittatore nel 2006, ebbe il coraggio di fare ore di coda tra quelli che volevano rendere omaggio alla salma del golpista, per poi sputare platealmente sulla bara aperta rischiando il linciaggio. Era per lui la miglior maniera di onorare la memoria dei nonni che a causa del golpe non aveva potuto conoscere.
Con Contreras altri cinque terroristi, all’epoca dei fatti alti ufficiali dell’esercito, sono stati condannati a pene comprese tra i 15 e i 20 anni di carcere. L’autore materiale dell’attentato, Michael Townley, doppio agente della CIA e della DINA, vive invece negli Stati Uniti sotto un programma di protezione per testimoni. Per il massimo mandante dell’atto terroristico, al di sopra di Pinochet e Contreras, l’allora segretario di stato statunitense Henry Kissinger, la giustizia invece, almeno per ora, non arriverà.

fonte www.gennarocarotenuto.it


postato da ulivovelletri | 06:07 | commenti

Crisi a palazzo

scrive Marjola Rukaj

Bamir Topi
Scontro istituzionale in corso a Tirana sulle nomine dei nuovi giudici della Corte Suprema. Il parlamento respinge le candidature proposte dal presidente Topi. Il conflitto latente tra la presidenza della Repubblica e il premier Berisha, le diverse posizioni di democratici e socialisti

L'Albania è stata attraversata nelle ultime settimane da una grave crisi istituzionale, che ha coinvolto il presidente della Repubblica, Bamir Topi, il parlamento, in particolar modo la sua presidente Jozefina Topalli, e i membri della Corte Suprema.

La crisi è scattata nel momento in cui sono stati presentati al parlamento i 5 decreti presidenziali con i nomi dei 5 candidati alla Corte Suprema. La costituzione albanese prevede che la nomina dei membri di questa Corte venga proposta dal presidente della Repubblica sotto forma di decreto presidenziale, che deve essere approvato a maggioranza semplice dal parlamento. Tra i 17 membri della Corte Suprema ne dovevano venir sostituiti 5, il cui mandato è scaduto quest'anno.

Il presidente Topi aveva presentato le sue candidature al parlamento albanese nei primi giorni di maggio ma, tra dibattiti e questioni controverse, derivanti dall'irrisolto problema di Gerdec, le candidature sono giunte all'ordine del giorno solo il 19 giugno, dopo forti pressioni e addirittura boicottaggi da parte dell'opposizione. Il 19 giugno nell'aula del parlamento è accaduto un colpo di scena, mai visto prima d’ora nella storia post-comunista di questo Paese: nessuna delle candidature è riuscita ad ottenere i voti necessari alla nomina. La votazione segreta su cui in molti, premier Berisha incluso, hanno avuto da ridire, non ha procurato a nessuna delle candidature più di 40 voti, lasciando trasparire che i voti a favore erano stati solo quelli del partito Socialista (PS) mentre la maggioranza e i partiti minori dell'opposizione avevano votato contro la nomina dei 5 giudici.

Prima della votazione, una parte del parlamento temeva che anche tale evento si sarebbe tradotto in un tentativo di controllo da parte del partito Democratico (PD) nei confronti dell'istituzione del presidente della Repubblica. Di questo si era parlato a lungo dopo una recente proposta di Berisha, quella di includere nella revisione costituzionale anche l'obbligatorietà della controfirma da parte del premier ai decreti del presidente, proposta che non ha avuto alcun seguito.

Dalle fila del PD sono iniziate a circolare accuse nei confronti del presidente della Repubblica, per mancato rispetto della costituzione nella parte relativa a decreti e candidature. Qualcuno ha anche avanzato l'ipotesi di una prossima destituzione del presidente Topi. Nessuno però ha illustrato esplicitamente quali parti della costituzione fossero state violate dal presidente della Repubblica. Nel dibattito scaturito dalle accuse diversi costituzionalisti, tra cui anche l'ex rappresentante del PD Spartak Ngjela, hanno escluso l’ipotesi destituzione poiché la proposta delle candidature è avvenuta secondo quanto previsto dalla costituzione albanese.

Protagonista del conflitto è diventata soprattutto la presidente del parlamento albanese, Jozefina Topalli, che ha motivato le accuse non in base alla costituzione, bensì in base alla prassi che vuole che il presidente della Repubblica e le commissioni parlamentari discutano e decidano, sulla base di un comune accordo, le candidature che formalmente sono però proposte dal presidente.

L'analista del quotidiano “Shqip”, Aleksander Cipa, ha definito le pretese della Topalli come “una violazione dell'indipendenza dell'istituzione presidenziale, oltre ad essere un inconfutabile tentativo di controllo della Corte Suprema”. Dello stesso parere i rappresentanti dell'opposizione, che hanno definito il conflitto come “l'aspirazione di Berisha a controllare tutti i poteri, e a 'PD-izzare' il più possibile i membri della Corte Suprema”. Mentre l'LSI (Movimento socialista per l'integrazione) ha proposto di dare maggior voce in capitolo ai partiti dell'opposizione nella prassi di consultazione tra il parlamento e il presidente.

Molto dure le reazioni di Bamir Topi, che ha partecipato a diverse conferenze stampa e approfondimenti televisivi, esprimendo la propria indignazione nei confronti del PD. “E' un'esecuzione politica nei confronti di queste illustri candidature”, ha più volte affermato, commentando che la bocciatura dei suoi decreti è stato un duro colpo per l'istituzione del presidente. “Non so come si possano bocciare le candidature di illustri giuristi con alle spalle una brillante carriera alla Corte di Strasburgo, oppure di brillanti professionisti che durante il regime di Hoxha erano detenuti o confinati politici”, ha denunciato Topi, non soffermandosi però sul conflitto sorto tra i poteri in Albania.

Ciò che più ha fatto discutere è stato il motivo, poco chiaro, per cui le candidature dei giudici non sono state accolte. La presidente del parlamento Jozefina Topalli ha preferito fare mistero sui motivi concreti, accusando il presidente della Repubblica di mancato rispetto del parlamento, evitando in tal modo eventuali motivazioni di merito.

Sulla stampa albanese, la bocciatura delle candidature è stata in parte attribuita al fatto che alcuni dei nomi proposti da Topi avevano ricoperto cariche importanti nel proprio ambito professionale anche durante il regime. Altri hanno attribuito la bocciatura semplicemente al fatto che le candidature erano state presentate senza la partecipazione del premier, interpretando la crisi istituzionale non solo come un conflitto tra il presidente e il parlamento, ma anche come un conflitto tra il presidente Topi e il premier Berisha. Tra gli analisti non manca chi ha voluto smentire le convinzioni secondo cui Topi è un presidente mite, promosso al vertice dello stato per garantire una condotta armoniosa con gli umori del premier. Ma le reazioni e il conflitto istituzionale in corso mettono seriamente in discussione l'indipendenza del presidente della Repubblica.

Secondo la tanto discussa prassi parlamentare, la prossima tappa spetta al presidente stesso e al parlamento, che deve fornire “assistenza legislativa” al primo. Per ora è stata istituita un'apposita commissione presso la presidenza della Repubblica, che sta raccogliendo i pareri dei partiti politici.

Nel frattempo lunghe consultazioni, non del tutto trasparenti secondo i media, si stanno svolgendo all'interno del PD. Nei prossimi giorni verranno resi pubblici nuovi nomi che si prevede avranno migliore sorte dei primi candidati, mentre finora i due principali partiti politici hanno reso note le condizioni per delle candidature accettabili. Si sono trovati dei punti in comune sull'integrità morale e sulla trasparenza dei redditi, divergono però su altre questioni come l'importanza che – secondo il PD - dovrà avere il passato politico dei candidati, e la professionalità, che il PS pone in primo piano rispetto agli aspetti politici.http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/9801/1/41/

postato da ulivovelletri | 06:07 | commenti

Zimbabwe: la vittoria di Mugabe

La Commissione Elettorale dello Zimbabwe (ZEC) ha annunciato la netta vittoria del Presidente uscente Robert Mugabe

A seguito del ritiro di Morgan Tsvangirai, candidato favorito alle presidenziali dopo aver vinto il primo turno elettorale con il 47,9% dei voti, la Commissione Elettorale dello Zimbabwe (ZEC) ha annunciato la netta vittoria del Presidente uscente Robert Mugabe. Smentita l’ipotesi di un negoziato per la formazione di un governo misto di transizione, soluzione ventilata dalle frange moderate del Fronte patriottico, a pochi giorni dalle elezioni Tsvangirai ha ritirato la sua candidatura, denunciando la sistematica campagna di intimidazione messa in atto dallo ZANU-PF e non partecipando al ballottaggio del 27 giugno. Le Nazioni Unite e l’UE non considerano legittime le elezioni.

Il deterioramento democratico della situazione e l’assenza di osservatori internazionali indipendenti hanno reso una farsa lo svolgimento delle consultazioni, confermando il fallimento della mediazione sudafricana su mandato della Comunità per lo sviluppo dell’Africa meridionale (SADC). Si deve tuttavia segnalare il nuovo atteggiamento dei Paesi della regione, sempre più critici nei confronti di Mugabe, che nel corso del vertice straordinario della Commissione di sicurezza della SADC avevano chiesto la posticipazione delle votazioni e condannato la condotta dello ZANU-PF, alle cui scelte politiche sono attribuite le responsabilità della crisi economica e sociale in cui versa il Paese. Alla critica regionale si somma il sempre più pressante dissenso internazionale: dall’amministrazione Bush, intenzionata a portare la questione dinanzi al Consiglio di Sicurezza ONU, alla presa di posizione di Ban Ki Moon, che ha caldeggiato un colloquio diretto tra Mugabe e Tsvangirai; dall’UE, che ha annunciato maggiori sanzioni, al premier keniota Odinga, a favore di un intervento delle forze di pace dell’Unione Africana (UA).

Quello che il vincitore del primo round elettorale invoca ormai da tempo è un intervento delle Nazioni Unite o preferibilmente della SADC su mandato dell’UA. Il vertice UA che si apre oggi a Sharm el Sheikh rappresenta quindi per entrambe le organizzazioni regionali un valido banco di prova per la valutazione della loro effettività e una conferma quasi obbligata della loro volontà di perseguire il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto nel continente. L’UA è chiamata a condannare la mancanza di legittimità del Presidente Mugabe ed intervenire per organizzare elezioni libere e democratiche.

Massimo Corsini
http://www.university.it/notizie/vedi_notizia.php?COD_NOTIZIA=33125


postato da ulivovelletri | 06:05 | commenti

L’obamismo compassionevole

Dopo il discorso sulla patria di lunedì e quello sulla famiglia di un paio di settimane fa, ieri pomeriggio Barack Obama ha pronunciato, davanti a un gruppo di pastori cristiani, un altro “major speech” sulla fede e a favore delle associazioni caritatevoli di ispirazione religiosa con cui è riuscito a scavalcare il “conservatorismo compassionevole” di George W. Bush. A Zanesville, in Ohio, Obama ha annunciato che, da presidente, amplierà e potenzierà le attività dei gruppi “faith-based”, ovvero le associazioni religiose impegnate in attività solidali che sono state il pilastro della politica interna di Bush. Considerate da molti intellettuali liberal come l’anticamera dell’avvento della teocrazia in America, le “faith-based initiative” sono state invece definite da Obama “particolarmente adatte a offrire solidarietà e aiuto perché il cambiamento non arriva dall’alto, ma dal basso, e poche organizzazioni sono più vicine alla gente delle nostre chiese, sinagoghe, templi e moschee”.
Obama ha detto, inoltre, che in caso di elezione alla Casa Bianca nominerà “un nuovo Consiglio per le partnership di fede e di quartiere”, in sostituzione dell’Office of faith-based initiative di Bush che secondo il candidato democratico non ha mantenuto le promesse e non è stato dotato dei finanziamenti necessari. “Il nuovo Council of faith-based and neighborhood partnership – ha detto Obama in Ohio – sarà una parte centrale della mia Amministrazione”.
Il primo direttore dell’analogo ufficio bushiano, John DiIulio, ha detto che “Obama ha offerto una visione onesta, prudente e pragmatica per il futuro delle partnership delle comunità solidali e delle organizzazioni religiose no profit e si è anche concentrato in modo ammirevole sui gruppi che forniscono servizi sociali vitali alla gente e alle comunità bisognose: il suo piano mi ricorda il meglio dei discorsi che fecero nel 1999 il vicepresidente Al Gore e l’allora governatore del Texas George W. Bush”. Anche David Kuo, l’iperconservatore religioso ex numero 2 di DiIulio, poi uscito dalla Casa Bianca sbattendo la porta e dopo aver accusato Bush e Karl Rove di aver preso in giro la comunità evangelica, si è pronunciato favorevolmente sul piano di Obama, anche perché la campagna del senatore democratico gli ha chiesto una consulenza preventiva prima di rendere note le sue proposte.
Il discorso in Ohio è uno dei tanti tasselli della strategia obamiana per sottrarre i voti evangelici al Partito repubblicano, non particolarmente attratti dal laico John McCain. Il New York Times ieri ha raccontato che da qui a ottobre il quartier generale di Obama organizzerà “mille feste e dozzine di concerti di rock cristiano”.
Obama ha cominciato il discorso in Ohio con un ricordo personale: “Non sono cresciuto in una famiglia particolarmente religiosa, ma l’esperienza a Chicago mi ha mostrato come la fede e i valori possano essere l’ancora della mia vita. E col tempo sono arrivato a vedere la mia fede sia come dedizione personale a Cristo sia come dedizione alla mia comunità; per cui se mi limitassi a sedere in chiesa e a pregare per tutto quello che voglio, non soddisferei la volontà di Dio a meno che non uscissi a fare il lavoro di Dio”.
Le associazioni caritatevoli di ispirazione religiosa, secondo Obama, non sono un’alternativa all’impegno dello stato o delle associazioni laiche, ma “le sfide che ci troviamo di fronte sono semplicemente troppo grandi per lo stato”. Obama ha spiegato che è stato Bill Clinton il primo a firmare una legge, approvata dal Congresso repubblicano, che ha aiutato il lavoro sociale dei gruppi religiosi, ma ha anche riconosciuto che “il presidente Bush è stato eletto con la promessa di ‘guidare gli eserciti della compassione’ e ha istituito l’Ufficio delle Faith-based initiative”. Obama ha detto che toccherà a lui aiutare i gruppi religiosi perché crede che sia “una buona idea” l’istituzione di “una relazione tra la Casa Bianca e i gruppi di base, sia religiosi sia laici”. Il candidato democratico ha ribadito che tutto ciò non metterà in dubbio la separazione tra stato e chiesa, ma soltanto se si eviteranno le discriminazioni e l’uso del denaro federale per fare proselitismo.
Il ruolo del suo Consiglio per le partnership di fede e di quartiere sarà ancora più ampio, ha spiegato Obama: “Aiuterà a fissare il nostro programma nazionale”, perché se la sua Amministrazione vorrà aiutare i bambini poveri o lottare contro i genocidi e contro l’Aids, “a Capitol Hill avremo bisogno di uomini di fede che sappiano rappresentare queste sfide non soltanto come crisi di sicurezza o umanitarie, ma anche come crisi morali. Noi sappiamo che la fede e i valori possono essere una fonte di forza per le nostre vite – ha concluso Obama – Lo sono stati per me. E lo sono per molti americani. Ma possono anche essere qualcosa di più, possono essere la fondazione di un nuovo progetto di rinnovamento americano”.
    Christian Rocca


postato da ulivovelletri | 06:05 | commenti

L’Iraq dall’occupazione imposta con la forza all’occupazione accettata spontaneamente
di Bilal al-Hassan
al Sharq al Awsat,

L’amministrazione americana sta compiendo grandi sforzi per dare un lieto fine alle sue discutibili politiche portate avanti negli ultimi sette anni, soprattutto nel mondo arabo. L’obiettivo è quello di migliorare l’immagine del presidente Bush – il quale si avvicina ormai alla fine del secondo mandato presidenziale – affinché egli venga ricordato storicamente come un uomo di successo, e non solo come l’uomo delle avventure militari fallimentari.

Questi sforzi sono stati profusi inizialmente nelle trattative israelo-palestinesi, nel tentativo di influenzare le sorti di una soluzione politica in Libano, nel permettere che i turchi giocassero un ruolo di mediazione nei negoziati indiretti siro-israeliani, nel mobilitare le potenze mondiali contro l’Iran per impedire a quest’ultimo di portare avanti il proprio programma di arricchimento dell’uranio, e nella convocazione di conferenze internazionali volte a raccogliere i fondi per finanziare lo sviluppo in Afghanistan nel tentativo di far dimenticare l’incontrovertibile fallimento militare in quel Paese.

Ma il punto centrale di questi sforzi è senza dubbio l’Iraq. Il fallimento militare americano è evidente anche qui, e non meno palese è il fallimento politico. Vi sono, poi, scadenze poste dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che si stanno avvicinando. Tutto ciò richiede uno sforzo aggiuntivo per ottenere un risultato purchessia. Qualcosa che confermi il successo della politica americana e il prolungamento della sua supremazia, invece di dare ulteriore impulso ai discorsi sulla sconfitta che circolano perfino a Washington. Lo sforzo fondamentale in Iraq si concentra sul tentativo di raggiungere un accordo fra Baghdad e Washington che definisca un nuovo rapporto di lunga durata fra i due Paesi, ponendo fine all’era dell’occupazione imposta con la forza e dando inizio a quella dell’occupazione accettata spontaneamente.

La storia di questo tanto anelato accordo cominciò un anno fa, quando Washington ed i suoi alleati nel governo iracheno si prodigarono per emanare un comunicato che, fra le altre cose, conteneva una lode del ruolo giocato dagli americani in Iraq, ed un invito a prolungare questo ruolo in futuro, in maniera reciprocamente concordata. Questo comunicato fu emesso il 26 agosto 2007, e fu accolto con grande sollievo da Bush. Ma esso fu soltanto la premessa di ulteriori e ben più importanti sviluppi. Dopo soli tre mesi, infatti, e precisamente il 17 novembre 2007, vi fu una conversazione telefonica fra Bush e il Primo Ministro iracheno Nuri al-Maliki che si tradusse in una “intesa di principio” che avrebbe aperto la strada alla formulazione di un accordo fra le due parti.
Tale accordo comprendeva il prolungamento della presenza dell’esercito americano in Iraq per diversi anni a venire, e regolava i rapporti fra le due parti in campo economico, petrolifero, commerciale e culturale, ed in generale in ogni altro campo che avrebbe potuto confermare l’influenza americana in Iraq.

Questo accordo era stato definito “Dichiarazione di principio sul rapporto di cooperazione e di amicizia a lungo termine fra la Repubblica dell’Iraq e gli Stati Uniti d’America”. Nel primo rigo di questo accordo si faceva riferimento al comunicato dei leader iracheni a cui abbiamo accennato in precedenza, nella maniera seguente: “I leader iracheni hanno affermato nel comunicato emesso il 26 agosto 2007, e sostenuto dal presidente Bush, che il governo iracheno e quello americano si impegnano a sviluppare un rapporto di cooperazione e di amicizia di lungo periodo”. La parte economica della dichiarazione metteva in risalto “la promozione e l’incoraggiamento degli investimenti stranieri, ed americani in particolare, in Iraq al fine di contribuire al processo di ricostruzione”. La sezione dedicata al capitolo della sicurezza conteneva assicurazioni ed impegni da parte americana a “contenere qualsiasi aggressione straniera…ed a contribuire a combattere tutti i gruppi terroristici…”.

I punti fondamentali dell’accordo erano i seguenti:

1) Il governo iracheno chiedeva al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di “prolungare il mandato delle forze multinazionali per l’ultima volta”. Ciò è stato fatto effettivamente nel 2007, ed il termine previsto è la fine del 2008.

2) Con la scadenza dell’ultima estensione del mandato internazionale, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ritiene che l’Iraq non costituisca più una “minaccia per la pace e per la sicurezza internazionale” (era questo il contenuto di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza emanata nel 1990). Ciò fa sì che l’Iraq non ricada più sotto l’applicazione del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, riportandolo al suo naturale status internazionale, che il Paese possedeva prima dell’invasione del Kuwait (ciò significa che non vi è più una giustificazione giuridica alla permanenza di forze di occupazione in Iraq; emerge quindi la necessità di trovare un nuovo puntello giuridico al prolungamento della presenza militare americana nel Paese).

3) Era previsto, di conseguenza, l’avvio (nel più breve tempo possibile) di trattative bilaterali fra il governo americano e quello iracheno (trattative cominciate effettivamente all’inizio del 2008), per giungere entro il 31 luglio 2008 ad un accordo fra i due governi.

Subito dopo l’annuncio di questo accordo, Nuri al-Maliki cominciò a propagandarlo mettendo in evidenza il fatto che esso avrebbe permesso all’Iraq di uscire dall’ambito di applicazione del capitolo VII, che aveva permesso l’assedio del Paese e l’uso della forza contro di esso, dimenticando invece di parlare del prolungamento a tempo indeterminato della presenza delle forze americane di occupazione in Iraq.

E’ in questo modo che si è passati dalla fase dell’ “accordo di principio” a quella delle trattative sul “patto di sicurezza” fra l’Iraq e gli Stati Uniti. La negoziazione di questo patto ha suscitato grande clamore in Iraq, dove la maggior parte delle forze politiche ha manifestato la propria opposizione di principio ad un’intesa di questo genere. Il governo di al-Maliki, tuttavia, non si è preoccupato di questa opposizione (sebbene essa abbia portato fra l’altro alla scissione del suo partito, che è stato abbandonato da Ibrahim al-Ja’afari e da numerosi altri esponenti), ed ha continuato a portare avanti le trattative.

L’11 giugno 2008 David Satterfield, consigliere del Segretario di Stato americano, ha annunciato in una conferenza stampa tenutasi a Baghdad: “Abbiamo concluso ieri una nuova tornata di trattative con la controparte irachena, concentrandoci sugli aspetti della sicurezza, che sono i più importanti”. Satterfield ha riferito che le trattative “hanno avuto luogo fra una delegazione americana guidata dall’ambasciatore americano in Iraq, Ryan Crocker, e la delegazione irachena guidata dal vice Primo Ministro Barham Salih”. Satterfield ha chiarito che il suo Paese vuole che l’accordo con l’Iraq ricalchi gli accordi stipulati in passato con la Germania, il Giappone e la Corea.

La questione del nuovo patto di sicurezza ha suscitato critiche anche a livello internazionale. L’8 giugno 2008, diversi giornali britannici si sono concentrati sull’argomento, affermando che l’amministrazione americana vuole “ricattare” l’Iraq costringendolo a firmare un accordo strategico di sicurezza che prevede una presenza americana a tempo indeterminato nel Paese. Nella faccenda del “ricatto” è emerso un nuovo aspetto, legato al denaro iracheno depositato in America dal 1990, che ammonta a 50 miliardi di dollari. Secondo il quotidiano britannico “Independent”, questa cifra viene trattenuta dall’amministrazione americana presso la Federal Reserve, ed utilizzata come arma di pressione nei confronti del governo iracheno, per obbligarlo a firmare il patto di sicurezza.

Se gli Stati Uniti riusciranno ad imporre il nuovo patto di sicurezza all’Iraq, l’occupazione americana del Paese si protrarrà ancora per lunghi anni grazie alla copertura giuridica garantita da questo accordo. Ma la cosa più importante è che tale accordo farà degli Stati Uniti la maggiore potenza in grado di controllare l’Iraq e di estendere la sua egemonia anche sui Paesi vicini. Questa egemonia, se dovesse tradursi in realtà, permetterà agli Stati Uniti di essere protagonisti nel definire le politiche petrolifere mondiali, ed è questo che la Casa Bianca definisce “il successo della politica del presidente Bush”.

A causa di questa situazione, è in atto un feroce scontro politico, in parte dichiarato ed in parte nascosto, per la supremazia nella regione e per stabilire il peso politico che ciascuna della parti coinvolte avrà al suo interno. Mentre gli Stati Uniti ambiscono ad avere il monopolio di questa egemonia, tutti i Paesi confinanti con l’Iraq ambiscono ad avere una parte nel nuovo ordine regionale. E’ a questo punto che emerge il ruolo dell’Iran, che è stato espresso con chiarezza dal ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki in occasione della visita del Primo Ministro iracheno in Iran (l’8 giugno 2008). Mottaki ha spiegato chiaramente a quest’ultimo che l’Iran non si oppone ad un accordo fra Washington e Baghdad in linea di principio. L’Iran si opporrà invece “nel caso in cui non dovesse ottenere garanzie sulla propria partecipazione al futuro ordine regionale”.

Gli Stati Uniti, in qualità di Paese occupante, ambiscono alla supremazia sul nuovo ordine che si sta delineando nella regione. L’Iran, dal canto suo, approfitta della sua influenza confessionale all’interno dell’Iraq per cercare di ottenere un posto di rilievo in questo nuovo ordine. Tutto ciò pone un interrogativo a proposito del ruolo che gli arabi avranno nei futuri equilibri della regione. Avranno un ruolo, oppure no? Gli arabi combatteranno per garantirsi una parte di rilievo, oppure si accontenteranno di osservare – e criticare – ora le politiche americane, ora quelle iraniane? Una risposta a questo interrogativo è attesa da tutti i cittadini arabi.



Bilal al-Hassan
è un giornalista ed editorialista palestinese; è stato membro del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP), e del Consiglio Nazionale dell’OLP; attualmente risiede a Parigi


(Traduzione a cura di UNIMED-IlChiosco)


Articolo originale
[in arabo]

http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6057

postato da ulivovelletri | 06:03 | commenti

Energia nucleare, indietro tutta
Una centrale nucleare In un anno cala di 50 miliardi di kWh la produzione di elettricità mondiale da nucleare, cioè dell’1,9%. Chiusura delle vecchie centrali, sospensioni tecniche, terremoti e pochi nuovi reattori non fanno pensare proprio ad una rinascita dell'atomo.

La produzione di elettricità mondiale da nucleare è calata dal 2007 al 2006 dell’1,9%, passando da 2.658 a 2.608 TWh. Come non considerare questa notizia, pubblicata da World Nuclear News (WNN) del 9 giugno scorso, come un esempio di quello che da questo portale abbiamo più volte ribadito: nel mondo non stiamo assistendo affatto ad una crescita del nucleare, ma anzi ad un lento declino le cui motivazioni sono essenzialmente di ordine economico.
Come è stato detto in maniera brillante da Amory Lovins, “Il nucleare è morto a causa di un attacco incurabile delle forze di mercato”.

I dati riportati da WNN sono di fonte IAEA (International Atomic Energy Agency) e spiegano perché la generazione da nucleare sia calata di 50 miliardi di chilowattora in un anno.
Una delle cause principali è legata alla chiusura dei 7 impianti della centrale di Kashiwazaki Kariwa in Giappone per una potenza superiore agli 8.000 MW. Il terremoto del 16 luglio 2007 aveva danneggiato uno dei reattori del più grande complesso nucleare del mondo e così si è deciso di bloccarli tutti. La società elettrica Tokyo Electric Power Company che gestisce la centrale ha registrato perdite per 2 miliardi di euro solo nel 2007 e le sue azioni sono calate del 30%. Ad oggi la produzione degli impianti è ancora sospesa. Per il Giappone questo incidente ha causato una calo produttivo di 263 TWh nel 2007.

Nel Regno Unito i quattro più vecchi reattori sono andati in pensione alla fine dl 2006, e i due più grandi (Hartlpool 2 e Heysham 1) sono stati messi a riposo per problemi ai generatori di vapore, tanto da provocare una riduzione della produzione di quasi 12 TWh.
In Germania la diminuzione della produzione elettrica da nucleare è stata di 25 TWh per la chiusura a giugno 2007 di due impianti per una potenza totale di 2.000 MW. Altri due reattori, Biblis A e B, sono stati tenuti parzialmente off-line per problemi normativi (la loro potenza totale è di 2.400 MW).

In alcuni paesi tuttavia la produzione nucleare è in crescita: in Bulgaria, Cina, Russia, Sud Africa e solo marginalmente negli Stati Uniti. Il saldo globale, come detto, è comunque negativo.
La Francia con i suoi 420 TWh da nucleare continua ad essere il paese con la quota di elettricità dall’atomo più elevata nel mondo, cioè pari al 77%. La Lituania segue in questa classifica con una quota del 65% (per 9 TWh in totale).

Secondo la IAEA solo 3 reattori nucleari sono stati allacciati alla rete elettrica nel 2007, uno in India, uno in Cina e un altro in Romania. Sempre lo scorso anno risultavano nella fase iniziale della costruzione 5 impianti: 2 in Cina, 2 in Corea del Sud e uno in Francia (Flamaville 3) i cui lavori sono stati recentemente sospesi per gravi anomali nella costruzione (vedi articolo Qualenergia.it).

Questi dati confermano la scarsa crescita della tecnologia tanto che, come ha spiegato Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, “Nel periodo 2008-12 la produzione addizionale di elettricità solare ed eolica mondiale sarà almeno 4 volte superiore rispetto al contributo aggiuntivo netto del nucleare, considerando anche la chiusure delle vecchie centrali” (vedi comunicato).
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LB http://qualenergia.it/view.php?id=651&contenuto=Articolo


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GUANTANAMO, TECNICHE DI TORTURA PRATICATE DA MAO
(di Marco Bardazzi)

WASHINGTON - Il Pentagono ha usato a Guantanamo tecniche di interrogatorio sviluppate nella Cina comunista di Mao e usate, negli anni '50, per fare il lavaggio del cervello ai prigionieri di guerra americani in Corea. I metodi usati mezzo secolo fa sui piloti catturati vengono da tempo considerati dagli Usa forme di tortura, ma soprattutto lo stesso ministero della Difesa da decenni ha stabilito che chi ne e' vittima è pronto a fare confessioni del tutto inaffidabili. Le nuove rivelazioni su Guantanamo, emerse in un'audizione in Congresso e rilanciate dal New York Times, escono mentre l'America continua a riflettere non solo sul futuro della prigione militare più contestata al mondo, ma più in generale sui metodi usati nei primi anni della guerra al terrorismo dall' amministrazione Bush. E' il caso per esempio del waterboarding, l'interrogatorio con affogamento simulato che la Cia ha ammesso di aver usato tra il 2002 e il 2003 su almeno un paio di presunti leader di Al Qaida, Khalid Sheikh Mohammed e Abd al Rahim al Nashiri (non a Guantanamo, in questo caso, ma nelle prigioni segrete dell'agenzia d'intelligence). Il magazine Vanity Fair ha offerto ai lettori l'esperienza diretta di un proprio collaboratore eccellente, lo scrittore e polemista Christopher Hitchens, che si è sottoposto al waterboarding in una località segreta in North Carolina. Dopo pochi secondi di trattamento da parte di ex membri delle Forze Speciali, Hitchens ha bollato la tecnica come "una tortura" e ha pubblicato sul sito web di Vanity Fair non solo il resoconto scritto, ma anche un videoracconto dell'impresa.

Il waterboarding non risulta tra le tecniche 'cinesi' impiegate dal Pentagono, ma è uno dei metodi estremi di interrogatorio che nel corso degli anni i militari americani hanno usato in un programma noto come SERE (Survival, Evasion, Resistance, Escape). In pratica, il programma serve ad addestrare gli uomini delle Forze Speciali a resistere alle peggiori angherie che possono subire se vengono catturati. Un esperto militare che ha voluto mantenere l'anonimato ha riconosciuto quelle stesse tecniche nei giorni scorsi, quando in un'audizione al Pentagono sono stati dettagliati i metodi usati per convincere i presunti terroristi a collaborare. Ulteriori indagini del New York Times hanno portato a scoprire che in pratica l'intero programma è stato copiato, passo per passo, da uno studio del 1957 dell'Air Force realizzato interrogando ex prigionieri di guerra americani che erano finiti nelle mani di aguzzini cinesi, durante la guerra di Corea.

Le tecniche di privazione del sonno, obbligo di restare in piedi per lungo tempo e umiliazioni varie erano state ricostruite 50 anni fa da un esperto, Alfred Biderman, per permettere al Pentagono di sviluppare programmi di addestramento che aiutassero a resistere agli stessi metodi e a quello che veniva generalmente etichettato come il "lavaggio del cervello" Il SERE è nato da queste premesse, ma ora emerge che un intero programma nato per addestrare i militari americani è stato tradotto, parola per parola, nel manuale di interrogatorio per i presunti terroristi. "Cio che rende sorprendente questa circostanza - ha commentato il senatore democratico Carl Levin, presidente della commissione Forze Armate del Senato - è il fatto che si trattava di tecniche usate per ottenere false confessioni. Si dice spesso che abbiamo bisogno di informazioni d'intelligence, ed è vero. Ma non abbiamo bisogno di informazioni false". Anche Hitchens, nel dettagliato racconto del waterboarding cui è stato sottoposto, ha sottolineato che non può che sorprendere che vengano usate "tecniche cui gli americani erano stati addestrati a resistere, non a infliggere". Secondo lo scrittore, un sostenitore della linea dura contro il terrorismo, il waterboarding si spinge troppo oltre. "La bugia ufficiale - ha affermato - è che questo trattamento 'simula' la sensazione di affogamento. Non è vero. Ti sembra di affogare perché stai effettivamente affogando".

(marco.bardazzi@ansa.it)

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Daniel Riot: «Non ho mai concepito il concetto di frontiera»

(Foto:danielriot.com)

(Foto:danielriot.com)

Incontro con il giornalista francese che continua a difendere l’idea di un’Europa di pace. Si definisce un molestatore e critica i media e i politici europei. «Sono i politici i primi a diffidare dell’Europa, perché limita il loro potere». Un vero sostenitore dell’unione.

INTERVISTA

di Vincent Lebrou. Traduzione Laura Bortoluzzi

 

Seduto al bar dei giornalisti del Parlamento europeo, Daniel Riot racconta la sua Europa. Quella che ha visto crescere e che sogna di lasciare in eredità alle future generazioni. Un’Europa generosa, attenta ai diritti umani e al rispetto reciproco fra i popoli. «Non sono un nazionalista dell’Unione europea», ci tiene a ribadire questo giornalista in pensione, eterno difensore della causa europea.
Per capire il suo attaccamento all’Europa, bisogna tornare indietro nel passato: «Sono finito nel calderone europeo molto presto e molto giovane», ci racconta. «Da ragazzino, ero ossessionato da una fotografia in bianco e nero, tutta ingiallita, e da due medaglie. Erano di mio nonno, che non ho mai conosciuto perché è morto alla vigilia dell’armistizio della Prima Guerra Mondiale. Mi sono sempre chiesto perché un contadino della Francia Contea fosse andato a farsi ammazzare insieme a tanti altri sull’altro lato della frontiera».

«È scandaloso parlare del budget comunitario come una spesa, quando è un investimento! È scandaloso confondere Europa e Unione europea!»

L’Europa contro la guerra?

Da allora, l’Europa non l’ha più abbandonato. Affacciatosi su questo miscuglio di culture attraverso il prisma della guerra, Daniel Riot è cresciuto con la convinzione che la costruzione dell’Europa unita sarebbe stata uno strumento di pace: «Poco a poco, mi sono reso conto che questa causa era la sola che potevo difendere come cittadino. La più bella avventura politica che un giovane europeo possa vivere. Non ho mai concepito il concetto di frontiera». Tuttavia gli ideali, per quanto ben radicati, non bastano, bisogna essere sempre pronti a difenderli: «La pace è una cosa magnifica, ma non è irreversibile. Va coltivata costantemente», continua Riot, per il quale l’Europa rappresenta una garanzia di pace. «L’Europa ci impedisce di girare intorno al nostro ombelico, di essere come lumache nel loro guscio». E si tratta di non limitarsi alla sola Unione Europea: «Io parlo sempre più spesso di Eurosfera», dice Riot. «È l’Europa della cultura, l’Europa del Consiglio europeo prima e dell’Unione mediterranea poi. Un’Europa che si fonda sui diritti umani e utilizza la democrazia come valore».

L’Europa non è solo Bruxelles

Daniel Riot si rammarica dello scarso interesse dei media nazionali per gli affari europei. Con un po’ di nostalgia, ricorda gli sforzi fatti per portare l’Europa al centro dell’universo mediatico: «Ho diretto la redazione europea di France 3 per dieci anni. Mi sono battuto per europeizzare i programmi e creare dei veri magazine europei. Oggi non posso far altro che constatarne l’insuccesso. In Francia, i giornalisti non vengono più formati, ma formattati. E l’Europa rimane fuori da questa formattazione». Prima di lavorare a France 3 è stato direttore del principale giornale d’Alsazia, Dernières nouvelles d’Alsace. E anche qui la volontà era quella di dare all’informazione una dimensione internazionale: «Nel 1970 ho creato una pagina dedicata all’Europa. Tutti i giorni ricevevamo le notizie dai nostri corrispondenti dalle principali città europee. L’Europa non è solo Bruxelles».

L’Europa come capro espiatorio

In questo clima mediatico poco ricettivo, i politici sono i primi colpevoli: «Sono i Governi e i rappresentanti politici che sin dall’inizio hanno sempre diffidato dell’Europa perché interferisce con il loro potere. Quello che fanno di buono con l’Europa è grazie a loro, quello che non riescono a fare è per colpa dell’Europa», dice diretto Riot. L’Europa troppo spesso viene utilizzata come capro espiatorio: «È scandaloso parlare del budget comunitario come una spesa, quando è un investimento! È scandaloso confondere Europa e Unione europea! È assurdo che ci si lamenti degli eurocrati quando ci sono meno funzionari a Bruxelles che in città come Parigi o Lione».
Per Daniel Riot, nella politica francese esiste un problema di “incompetenza democratica”, che si è manifestata in modo esplicito in occasione delle elezioni municipali, lo scorso marzo. C’erano troppi «candidati alle comunali che non ragionavano secondo un’ottica europea», osserva Riot. Invece l’Europa è un’ottima palestra di confronto di buone pratiche: «L’apertura europea è indispensabile».

In pensione su Internet

Daniel Riot ha ancora tanto da dire. Dopo aver girato in lungo e in largo il vecchio continente, questo giovane pensionato vuole continuare a parlare di Europa. «Quando ho scoperto che proliferavano i blog su Internet, ne ho creato uno anch’io». Con Relatio, nel 2004 è approdato nella blogosfera. Il nome del blog, preso da un giornale pubblicato a Strasburgo nel 1605 strizza l’occhio alla storia. Relatio prima versione era un giornale fondato da Johann Carolus, stampatore della capitale alsaziana. Riceveva notizie da Londra, dall’Italia, dalla Germania e scriveva «un vero e proprio giornale europeo». Il suo scopo: creare uno «strumento informativo» unico che deve «sopperire alle carenze della crisi della stampa». Con Relatio «il mio obiettivo è scrivere un vero giornale on-line con una sezione di news sul web e quante più informazioni possibili sull’Europa in generale, non soltanto sull’Unione europea, inserendo anche analisi e approfondimenti. È un percorso attivo. Vorrei coniugare il giornalismo creativo con un tono personale, che ci tengo a mantenere».
Trans-politico, trans-generazionale e trans-disciplinare… Relatio ovvero «un ceppo in quella grande fornace che è l’informazione europea».http://www.cafebabel.com/ita/article/25288/daniel-riot-no-frontiera.html